Città

 

Numerosi reperti attestano la presenza di insediamenti già nelle epoche paleolitica superiore, neolitica e nella media età del bronzo. Di epoca arcaica sono le tombe della necropoli di Ripa Quarquellara. 
L’origine del borgo risale alla costruzione del convento di Sant’Egidio, opera della colonizzazione benedettina, che favorì la formazione del primo nucleo abitato, da cui si sviluppò il paese, che fino all’Unità d’Italia, era sede di dogane e posti militari della frontiera pontificio-napoletana. 

Posta a 239 mt s.l.m. L'abitato attuale si articola in un nucleo più antico posto tra piazza Europa, piazza Duca degli Abruzzi e piazza Umberto I, di cui restano solo poche tracce, e la zona edificata più recente sviluppatasi lungo corso Adriatico e via Roma.

Il tessuto edilizio è ottocentesco e moderno. Degli edifici del tardo settecento, che si potevano ancora ammirare fino a qualche anno fa in piazza Europa, ex piazza Regina Margherita, resta ben poco anche per le conseguenze delle demolizioni e ricostruzioni ex novo operate negli ultimi anni. L'andamento curvilineo delineato dagli edifici posti sul perimetro di questo slargo, formatosi con le demolizione delle costruzioni, esistenti fino al periodo post seconda guerra mondiale, fanno pensare ad una cinta di fortificazione.

 

Sant'Egidio alla Vibrata fu vico romano con il nome di "ILIUM" che in latino antico denominava "Troia", città dalla quale i romani hanno preteso la discendenza. Sotto Cesare Augusto il territorio fu compreso nella V^ Regione d'Italia " Picenum".

 

Il territorio fu attraversato dalle orde barbariche che determinarono la caduta dell'impero romano d'occidente; solo con l'intervento di Bisanzio si ristabilì l'ordine costituito ed i Bizantini a Sant'Egidio alla Vibrata edificarono.

 

Nel periodo della dominazione longobarda il territorio fu conteso tra i Ducati di Spoleto e quello di Benevento, forse per errata stesura di mappe che spostava il confine tra i fiumi Tronto e Salinello, disputa che si risolse a favore del Ducato di Spoleto.


I Longobardi hanno lasciato nel nostro Comune tracce evidenti della loro presenza, fortificarono e s'insediarono a Faraone nonché nel territorio limitrofo, sulla collina "colle Chiovitto" già "colle Ascensione" furono rinvenute alcune tombe di loro origine.


Qualunque fosse stata la ragione della nascita di Faraone, questa piccola entità, collocatasi in posizione strategica rispetto al territorio circostante, rese indispensabile la realizzazione di un accampamento ossia di un baluardo militare che fosse a difesa delle prerogative del ducato di Spoleto che, per lungo tempo, contese il borgo a quello di Benevento, per ottenere un più agevole controllo strategico della strada della Metella e della consolare Salaria.

 


L'occupazione longobarda terminò nel 793 per intervento di Pipino il Breve e sotto il dominio dei Franchi, Carlo Magno, nell'istituire il Regno della Chiesa con annessione del Ducato di Spoleto, delimitò i confini estromettendo Sant'Egidio.

 


Il borgo di Faraone e le sue pertinenze ricaddero sotto l'influenza ed il controllo della Badia di Monte Santo, che ne garantì la tranquilla giurisdizione ecclesiastica. La presenza benedettina permise la bonifica dell'intero territorio e la ricostruzione del borgo adiacente il castello e di nuove chiese.


La chiesa priorale di Sant'Egidio così come le chiese conventuali di Sant'Angelo e San Savino, per effetto di un falso storico, appositamente costruito dal vescovo di Ascoli che ne rivendicava il possesso, fu aggregato alla diocesi ascolana; il documento falso fu attribuito ad un editto di Carlo Magno.


Intorno all'anno 1300 parte della Chiesa e del convento fu distrutta per opera degli Ascolani che, in lotta con i Teramani rivendicavano il possesso dell'alta Val Vibrata; la stessa chiesa subì ulteriori danni i a causa di terremoti e fu definitivamente ristrutturata con la costruzione di una nuova e diversa facciata, dopo essere stata in parte accorciata e nel suo portale oggi è ben visibile lo stemma di San Bernardino da Siena a dimostrazione che il santo lì ha predicato.


Papa Sisto V, per effetto di "motu proprio" istituì la diocesi di Montalto e l'abbazia di Monte Santo con le chiese di Faraone e Sant'Egidio fu assegnata alla novella diocesi e così fino ad oggi.


Faraone fu antico feudo di Berardo di Castiglione che nel 1188 lo cedette alla Badia di San Nicolò a Tordino, detta di Sant'Atto. Nel XIII secolo la corte imperiale ordinò a Oltremare Melatino da Teramo di restituire le porzioni del castello di Faraonis che aveva usurpato ai beni regi.


Alfonso V d'Aragona, con editto del 12 aprile 1454 concedeva l'assenso alla vendita del feudo di Faraone alla famiglia Mingo di Civitella, in seguito Faraone venne acquistata dalla famiglia Melatina che vendette il feudo a Carlo Ottone di Matelica. Eretto in marchesato da Filippo IV, re di Spagna e di Napoli, passò ai signori Caucci di Ascoli Piceno che, per breve tempo, ne ressero le sorti cedendolo successivamente al letterato Alessio Tulli, con titolo di baraone.

 

Nel 1611/14 risulta che in S. Egidio esistevano contemporaneamente una chiesa parrocchiale e una abbazia.

 

Sant'Egidio ebbe il privilegio di essere considerata, insieme con Civitella del Tronto, città reale e quindi, per tale motivo, esonerata dai tributi feudali fino al 1642.


Da tale data fu infeudata da Pompeo Procaccino da Civitella del Tronto, e successivamente il 23 settembre 1679 fu venduta, per ducati 780, ad Orazio Buongiovanni da Roma e successivamente, il 3 gennaio 1695, a Lucrezia De Mendoza y Alarcon, Marchesa di Monacilioni.


Nel XVIII secolo passò, in parte, al barone Guidobaldi di Nereto.


Con l'entrata in vigore del codice napoleonico, su editto di Gioacchino Murat (1809), fu soppresso il feudalesimo ed istituite le piccole Università e Faraone e Sant'Egidio furono inglobate al circondario di Civitella del Tronto.


Con i Borboni, a Sant'Egidio, era in servizio la dogana che contribuì a far crescere il contrabbando ed il brigantaggio e nel territori vi si addensavano le truppe borboniche a difesa dei confini durante i moti del 1821 e 1831 e poi delle guerre di Indipendenza.

 


Con l'Unità d'Italia, il Comune di Faraone fu aggregato a quello di Sant'Egidio che assunse il nome di Sant'Egidio alla Vibrata con un decreto reale del 23 giugno 1863.

 

Nel 1900 l’avanzata della guerra,, provocarono gravissime distruzioni e morti in . La debolezza della struttura liberale, la crisi economica, portarono alla convinzione della necessità di uno stato unitario. 

 

Con Mussolini ebbe inizio il periodo ventennale. 

     

I primi Fasci di combattimento apparvero ufficialmente nella regione tra il 1920 ed il 1921, trovando le basi nelle associazioni combattentistiche costituite subito dopo la guerra.

La diffusione del fascismo non fu priva di ostacoli. Diversi casi di violenza si verificarono in quegli anni, contro i socialisti, in rappresentanza della più compatta forza popolare, a Nereto, Penne, Chieti e in tanti altri paesi. 

Durante la seconda guerra mondiale, Sant'Egidio si ritrovò attaccato dagli alleati

A nord con i Tedeschi, che per fermare l’avanzata degli alleati,fu costruita  la cosiddetta “linea Gustav”, un sistema di fortificazioni che formavano un unico fronte dall’Adriatico al Tirreno. Al sud c’erano invece gli Alleati, che dalla Sicilia riuscirono facilmente a raggiungere l’Abruzzo, dove si arrestarono per lungo tempo anche a causa del rigido inverno e della difesa tedesca.

Sant'Egidio, che all’inizio degli anni Cinquanta si presentava alle soglie della «grande trasformazione», era una regione ancora molto povera e arretrata, non solo a causa delle terribili vicende belliche, quanto soprattutto per la debolezza strutturale ereditata dal passato unitario e preunitario. In tutte le città abruzzesi e marchigiane vennero a formarsi amministrazioni provvisorie. Tuttavia, grazie anche all’avvio dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno,Sant'Egidio divenne un ambiente particolarmente ricettivo e innovativo

Le nuove esigenze industriali,richiedevano un più rapido collegamento stradale.
Pertanto si provvide immediatamente alla costruzione e alla sistemazione di numerose strade statali e provinciali

L'importante area di sviluppo santegidiese fu favorita dalle politiche di incentivazione dello Stato, ma più legata a fattori di crescita spontaneamente espressi dal territorio.

       

Questo sistema locale risultava e tuttora risulta specializzato nei comparti dell’abbigliamento e della pelletteria e, in misura minore, del mobile e della meccanica, con numerose aziende di piccole dimensioni.

In realtà l'estrema diffusione su gran parte del territorio di iniziative imprenditoriali,spesso di piccole dimensioni fa emergere poli indiscussi, e sopratutto aiuta l'espanzione di una nuova cultura imprenditoriale.

 

 

Proprio questo processo di rapida penetrazione,e dei modelli legati all'imprenditoria "leggera" ,permette lo sviluppo di iniziative industrieli,che,seppure non rilevanti ad un primo sguardo,assumono una connotazione strategica se connessa con la popolazione residente nel territorio e comuni limitrofi,in cui si vanno ad insediare,trasformando quelli che erano piccoli centri agricoli in agglomerati manifatturieri.

 

Da qui la nascita del famoso sinonimo del nome della cittadina chiamata  "Piccola Milano"

 

 

 

PORTA DI FARAONE

 

Su di un isolotto del Salinello, a 318 m. d’altitudine, circondato di fossi e dirupi, ed un tempo naturalmente inaccessibile, si erge ancora oggi, sia pure in gran parte diroccato - anche per gli effetti dei sismi - e dichiarato inabitabile, il “castello” di Faraone vecchio (foto a lato l'ingresso al borgo).

Faraone nuovo è stato riedificato sulla "terra ferma", attorno alle rovine della chiesetta paleocristiana di San Vito, sulla strada che da San Egidio porta a Villa Lempa.

Il toponimo compare già nel 1001 come "Pharaone" e nel Catalogus Baronum come "Faraonem" (1150 - 1168, vi viene registrata la leva straordinaria delle province di terraferma del regno normanno di Sicilia e qui risulta che Berardo di Castiglione tenne in feudo Faraone in territorio ascolano) e deriva dal longobardo fara, termine dal significato in un primo momento militare (spedizione, insediamento a scopo militare) poi, con i Longobardi stanziali avrà una connotazione di tipo agricolo (piccolo nucleo demografico o fondiario) seguito dal suffisso - one quale accrescitivo o collettivo.

Il tessuto urbano è per lo più del XVIII e del XIX secolo con qualche eccezione in alcune abitazioni che mostrano segni di maggiore antichità nelle ammorsature, nei conci degli spigoli o nelle cornici di pietra delle aperture.

Faraone fu feudo di Berardo si Castiglione e quindi dell’Abbazia di Sant’Atto (San Nicolò a Tordino) dei Melatini, di Matteo di Aquilano, per passare infine, attraverso varie vicende ed altri secoli, ai Caucci di Ascoli “ marchesi di Faraone”, ad Alessio Tullj di Teramo (“barone” ai primi dell’ottocento) ed ai Ranalli di Nereto.

Attorno alla chiesa di Santa Maria della Misericordia furono scoperte antichissime muraglie che testimoniano delle sue origini remote.

Al restauro di fine ottocento si rifà il portichetto in laterizio posto sul fianco sinistro della chiesa e la cornice in mattoni dell'ingresso. L'interno è a navata unica.

Sulla piana tra il Vibrata e il Salinello, fiumi che a Faraone arrivano quasi a toccarsi, sono stati rinvenuti cospicui resti di età preistoriche, compresi sepolcri assai simili a quelli di Campovalano di Campli.

 

 

Nella foto in alto , la porta d'ingresso nell'antica cinta originale del borgo fortificato, purtroppo del tutto rimaneggiata, con la data 1467.

Dietro la porta è visibile la chiesa parrocchiale di Santa Maria della Misericordia nel cui interno sono custodite un’acquasantiera “pagana” con l’iscrizione VERGLIO.VOLT.ROA.FATA (da interpretare come: "Virgilio Votaro l'ha fatta fare" frase legata ad una data che potrebbe essere il 1553) ed una preziosa tavola quattrocentesca su cui è dipinta la protettrice che dalle mani del Battista fanciullo riceve il piccolo castello di Faraone.

 

Si tratta di un massiccio edificio la costruzione della cui parte muraria più bassa viene datata intorno alla metà del Quattrocento.

 

La parte superiore è certamente frutto di ricostruzioni successive e l’aspetto odierno è dato da un restauro ottocentesco, in occasione del quale venne aggiunto il portichetto in laterizio sul suo fianco sinistro. 

La copertura è a capanna e dalla parete posteriore si erge un campanile a vela dove alloggiano due campane. Sulla facciata si apre un semplice portale incorniciato in laterizio, anch’esso realizzato a fine Ottocento, sul cui architrave si legge, ormai a malapena “Hoc templum ad meliorem formam redactum est anno 1888 – Aloisio Franchi”.

L’interno è a navata unica ed il crollo di una porzione di tetto ha generato uno squarcio sul tetto in corrispondenza della zona presbiteriale, producendo notevoli danni all’altare sottostante. Una lapide è posta di fianco all’altare in memoria del Sacerdote Bartolomeo Faragalli, deceduto il 12 marzo 1867. Al di sopra della porta di accesso c’è un soppalco destinato all’organo, che all’epoca dell’abbandono del borgo venne trasferito nella chiesa di Faraone Nuovo ed oggi ancora lì si trova. Affissa ad una delle pareti una curiosa bacheca sancisce il diritto a sedersi in determinati banchi da parte dei fedeli: vengono riportati i nomi delle famiglie aventi diritto ed in più testualmente vi si legge:

 

“Regolamento (seguito). Può inoltre (il Parroco) sospendere assolutamente, all’occorrenza, l’uso dei posti, se lo troverà conveniente per il maggior decoro delle Sacre Funzioni; può rendere riservati i posti gratuiti; può negare, senza addurre ragioni, la concessione dei posti, e può anche ritirarla, facendo restituire, pro rata, la tassa annuale pagata. Ogni controversia riguardante i posti ed i banchi sarà giudicata inappellabilmente dal predetto ordinario, che rivede ed approva i conti e le proposte del Consiglio di amministrazione.”

 

 

CHIESA DEL SACRO CUORE

La chiesa moderna del Sacro Cuore si trova nella centrale piazza Umberto I; questa fu inaugurata nel 1953 alla presenza del cardinale Borgoncini Duca.

Venne realizzata dal 1949 al 1953 per desiderio di don Giuseppe De Simpliciis che da New York, dove si trovava quale coadiutore di mons. Ottavio Silvestri, provvide a trovare i finanziamenti per la costruzione del corpo principale attraverso offerte degli italiani della Parrocchia di S.Giuseppe a Brooklin.

Le prime figure a comparire nell’interno dell'edificio furono i quattro evangelisti collocati lateralmente al Presbiterio. Erano figure sobrie, dovute alla tecnica del mosaico ma anche alla mancanza di adeguata esperienza esecutiva. Concettualmente però esse sono adeguate al contesto architettonico e, per qualche verso, aggiornate come espressione cromatica. Nel S.Giovanni evangelista, ad esempio, fu inserita nel fondo la sintetica figurazione della bomba atomica, come segno aggiornato della fine apocalittica del mondo. Il progettista aveva anche predisposto la figurazione per il battesimo di Gesù, ma lasciò che lo sviluppo della scena e del colore fosse affidato ad un decoratore di chiese. Successivamente ultimata la cappella del Crocifisso, vi fu trasferita la salma del Parroco Giovannozzi. Poi al suo interno si trova una Madonna lignea del XIV secolo in stile gotico, policroma, di cui si è perduto il Bambino, un crocifisso del 200 di fattura gotica e, infine, un calice del 1500, bella opera di oreficeria rinascimentale. Tutto il Presbiterio fu decorato in mosaico con disegno lineare, compreso il soffitto, secondo il disegni dell’architetto.

Questa chiesa fu una delle prime costruite in Italia nel dopoguerra e con intendimenti differenti da quelli introdotti con le leggi successive e rappresenta appunto una donazione, ma anche un avvenimento eccezionale.

Il modello della Chiesa fu esposto nella Mostra di Arte Sacra a Perugia nel 1949, ed in quella di New York del 1950.

 

CHIESA DI SANT'EGIDIO ABATE

La chiesa di S. Egidio Abate è sorta sui resti dell’insediamento longobardo.

La descrizione fatta dal Palma è ancora valida poiché la chiesa si presenta ancora così: a tre navi, tutta di pietre riquadrate, il cui alto frontespizio, di costruzione più recente degli altri tre lati, mostra che sia stata accorciata in lunghezza, riconoscendosi l’antico muro occidentale nelle vestigia le quali attaccano a un rimasuglio del monastero, ridotto a casa e orto.

Sulla pareti esterne sono visibili le strutture romano - gotiche.

Forse l’accorciamento e la nuova facciata furono opere del 1520, anno cui appartiene il portone di pietra, come da un’iscrizione ivi scolpita con sottostante stemma bernadiniano JHS in sole radiato: hEC EST DOM(V)S DEI fir(M)ITER EDIFICATA 15XX.

 

 

All’interno si conserva una lapide che documenta il restauro del 1555, fatto eseguire dal Vescovo – Principe ascolano

PAVLO IIII PONT(ifice)
MAX(imo)
LACTANTIVS ROVE 
RELLA COMES FERRA 
RIENSIS EP(iscopus)S ET PRIN
CEPS ASCVLANVS
RESTAVRAVIT
ANNO D(omini) M DLV.

Si pensa che un pezzo di pluteo, oggi murato sulla facciata di una casa di piazza Europa, possa appartenere all'arredo di una primitiva chiesa che sorgeva sull'attuale.

All'interno della chiesa si trovano frammenti di affresco di epoca barocca di modesta fattura.

Tra gli arredi presenti nella chiesa è possibile trovare una statua dell'Assunta databile agli anni 80 del XV secolo, una croce reliquario, un busto reliquario di Sant'Egidio, un'acquasantiera in pietra.

Sul fianco destro della chiesa un arco a tutto sesto - forse l'unico resto dell'antico monastero degli agostiniani databile al XIII secolo - la raccorda con i moderni edifici parrocchiali.

In sacrestia e sulla facciata dell'ingresso di destra, si trova uno stemma le cui lettere "P" e "C" poste ai suoi lati indicano il riferimento a Pietro Camaiani, vescovo di Fiesole dal 27 febbraio 1551, poi di Ascoli dal 7 ottobre 1566 fino alla sua morte avvenuta il 27 luglio 1579.

 

 

CHIESA MADONNA DELLE GRAZIE

La piccola Chiesa della Madonna delle Grazie fu eretta nel 1845 in seguito ad un fatto prodigioso capitato ad una famiglia del luogo.

L'edificio è posto al centro della biforcazione di due strade: una collega il centro abitato di Sant'Egidio con la contrada di Faraone, l'altra con il primo paese sul confine marchigiano, Maltignano.

Proprio in questo punto, gli occupanti di un carrettino, intenti a recarsi con una certa fretta dal medico - dove stavano portando un ragazzo in fase di soffocamento per aver ingerito un nocciolo - videro il cavallo imbizzarrire proprio davanti all'icona della Madonna che si trovava in quel punto. La reazione del cavallo ebbe come conseguenza il ribaltamento del carretto con i suoi occupanti. I genitori ne uscirono illesi, il ragazzo più di tutti poiché, grazie allo scossone, vide il nocciolo uscire fuori dalla gola e tornare a respirare.

Il Santuario, a navata unica, fu edificato nello stesso punto dove, nel 1822, era stata già posta un'icona della Madonna quale ex-voto.

In seguito all'evento miracoloso la popolazione decise di raccogliere fondi necessari alla costruzione della chiesetta che fu poi benedetta dall'allora vescovo di Montalto Marche, Luigi Canestrari.

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale, la Chiesa Madonna delle Grazie ebbe la necessità di un intervento di restauro finanziato con l'opera dei fedeli e delle Associazioni Combattenti tanto che all'esterno sono state poste delle lapidi con i nomi dei caduti.

Nel maggio del 1960, nuovi lavori furono finanziati dalla Regione Abruzzo.



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