GABRIELE SANDRI

CHI DIMENTICA E' COMPLICE

Ucciso su un’autostrada e deriso in un tribunale, Gabriele deve vivere almeno per le strade, a smuovere e scalfire coscienze e indifferenze. Non si può e non si deve abbassare la guardia. In attesa dell’appello, c’è il richiamo agli occhi: aperti, per vedere bene anche nella notte del diritto. Quel diritto umiliato da una sentenza arrivata dopo ore di Camera di Consiglio. Ad ascoltare quella sentenza, che ha derubricato il reato da omicidio volontario a colposo il difensore di Spaccarotella festeggiava esultando il suo successo in primo grado: 6 anni. Tanto vale la vita di un innocente.

L’Italia vanta un record da protezione sfacciata per le divise di Stato che ci ha già ampiamente abituati a sentenze sconvolgenti. Un dato lungo quanto è lunga la storia della Repubblica. Gli ultimi quarant’anni di storia dicono che nei tribunali non esiste simmetria, né diretta proporzione tra il potere e la responsabilità. La legge segue il percorso inverso. Chi ha potere riscuote il privilegio di essere al di sopra della legge, non il primo a pagare. Una salute della democrazia che non abbiamo mai conosciuto. Un virus che si propaga in modo trasversale in tutte le Istituzioni, nelle sale dei bottoni, nelle forze armate e in quelle di pubblica sicurezza. Una dissonanza profonda che lancia un’ombra pesantissima, dolorosamente comprovata, sulle Istituzioni. Chi rappresenta la legge, dicono i tribunali, è al di sopra della legge stessa.

Un poliziotto che vede forse una rissa, corre e impugna l’arma, come ha simulato il pm in aula, e spara. Altezza uomo. Da parte a parte dell’autostrada. Colpisce Gabriele che in quella macchina è seduto al centro, sul sedile posteriore. La polizia ha raccontato di un colpo in aria e di un secondo partito in modo accidentale. Deviato tragicamente dal vetro e partito da un agente sotto stress che perde il controllo psico-motorio. Uno che, dai suoi allenamenti al poligono, sembrava poco preparato. E’ morto così un ragazzo di 28 anni.

La storia di Gabriele ha sofferto, fin dall’inizio, dell’accostamento al mondo dei tifosi violenti. Doveva essere semplice parlare di ultrà. Accostarlo, nell’opinione pubblica, alla piaga della violenza negli stadi. Si parlò di sassi nelle sue tasche. Di tasso alchemico elevato. Tutto ciò che in ogni caso l’agente Spaccarotella, a 30 metri di distanza, non poteva certamente vedere, oltre al fatto che una manciata di sassi, una probabile zuffa e un’ombrellata sulla macchina proprio non sembrano accostabili a un colpo di pistola che parte ad altezza uomo.

Chiamare Gabriele ultrà poteva prestarsi bene per metter su un buon alibi. Siamo abituati.

I testimoni sono quasi sempre inattendibili, se sul banco degli imputati c’è lo Stato. E per Gabriele suonava la stessa musica; il rito processuale è relativo, la sentenza è politica. Non importa se la vittima era colpevole o innocente, se correva o addirittura dormiva. Conta solo chi è il colpevole: se ha una divisa, non lo è per definizione. In nome del popolo italiano.

 

 Oggi sappiamo che non c’è tormento, scandalo, reazione indignata dello Stato e della sua legge se un ragazzo muore così. Come è morto Gabriele.

 

 

 

 

 

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